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Dalle calze al web

 ARBA, CALZIFICIO DI GAVI

di Luigi Pagliantini (articolo pubblicato sulla Stampa).

Mi è capitato tra le mani un volumetto, una tesi di laurea della Facoltà di Economia dell’Università di Genova. Il titolo mi ha incuriosito non poco: “Il ramo calzettiero in Italia: il quadro generale e il caso del “Calzificio ARBA” di Gavi Ligure”. A parte notare il superato “Ligure” aggiunto al toponimo della nostra città, mi sono chiesto: “Ma Calzificio ARBA non è quello di Giacomo? E questo Andrea Pandullo ha fatto la tesi di laurea su Giacomo Bassano? Capperi, voglio proprio capirci qualcosa!”. In sintesi, Andrea Pandullo, studente di Economia, ha articolato la sua tesi, con cui si è laureato nel 2008, in due parti: nella prima, dal titolo “L’attività calziera in Italia e la sua dinamica spaziale nella seconda metà del ‘900”, traccia una linea guida dello sviluppo storiografico di questo settore, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri; nella seconda. “Un caso particolare di studio: il Calzificio ARBA S.r.l. di Gavi Ligure”, analizza la struttura di questa azienda produttrice di calze, in tutte le fasi produttive.

Incuriosito, mi metto a leggere con attenzione soprattutto la seconda parte. È così che scopro che il nome ARBA è composto dalle prime due lettere del cognome dei fondatori, i cognati Arancio e Bassano, che iniziarono l’attività nel 1965. 20 anni dopo il socio Arancio “decide di farsi da parte e ritirare la sua quota di capitale: lo sostituisce come socio dell’azienda Giacomo Bassano”, figlio dell’altro socio che nel 2007 cede la sua quota al figlio trasformando la società da SNC a SRL. È così che Giacomo diviene amministratore unico dell’ARBA S.r.l. Decido a questo punto di andare a trovare Giacomo Bassano, per capire meglio e direttamente quanto c’è tra le righe di tutta la tiritera, rispettabilissima ma troppo tecnica, del laureando Pandullo. Giacomo mi riceve nel suo studio, piccolo essenziale completo, da dove controlla e segue tutta l’attività della sua azienda specie la vendita online.

Allora, Giacomo, nell’82 sei diventato socio di questa azienda, l’ARBA; quanti anni avevi e quali sono state le prime azioni che hai intrapreso? 

Avevo 20 anni quando sono entrato, appunto nel 1982, in società come socio paritario con mio padre. Lui presidente al 50%, io con l’altro 50% gestivo l’attività. E mi sono proposto di ringiovanirla e di adattarla alle mie inclinazioni.

Era solo un problema anagrafico o occorreva cambiare davvero?

Agli inizi l’azienda era rigida, impostata sul grosso lavoro: vendere tanto e lavorare tanto, portare a casa grossi ordini e tenere le macchine sempre in funzione; giravano 24h su 24, il controllo continuo giornaliero e ogni 2 ore di notte, ma per ogni problema e fermo macchina suonava un campanello in camera da letto dei miei genitori (un incubo) e papà scendeva a controllare perdendo nottate intere.

E qual è stata la tua opera di ringiovanimento? 

È chiaro che con mio padre a fianco e sempre presente non potevo non tenere conto del grande lavoro fatto fino ad allora che ci aveva permesso di fare un nuovo capannone e pagare tutti i debiti. Pensa che, come ti ho detto, le macchine lavoravano 24 ore con 12 donne come personale e ordini da tutta Italia. Quando sono subentrato, pieno di entusiasmo ma vuoto di esperienza se non quella imparata con gli anni che nella vita esisteva solo il lavoro, avevo appena conseguito il diploma di ragioniere e i conti erano la mia unica preparazione; su questi ho cominciato a ragionare. Prima il bilancio e il controllo sui conti era annuale: tanto prodotto, tanto incassato. Io ho introdotto il controllo costante dei conteggi e mi sono accorto che, nonostante tanto lavoro, talvolta il ricavato era minimo o addirittura nullo. Per stare nei costi, non potevamo produrre meno di 1200 paia di calze al giorno che dovevano essere vendute, normalmente dietro ordinazione; ma bastava un ritardo, un calo di vendita, un imprevisto che il magazzino in un paio di giorni si riempiva e costringeva alla fine ad andare dai rivenditori con le “braghe calate” e vendere sottocosto per far posto alla nuova produzione.

In che è consistito il tuo intervento, partendo dal controllo dei conti? 

Premettendo che grazie al duro lavoro dei miei genitori sono entrato in azienda con “le spalle coperte”, il mio intervento si è basato su 3 cardini: la cernita dei clienti, la valorizzazione qualitativa del prodotto e la vendita al dettaglio.

Ok, hai selezionato i clienti; ma sulla base di cosa, sulla sicurezza dei pagamenti? 

Assolutamente, i pagamenti non sono stati mai un vero problema. La scelta dei clienti si è basata sul secondo cardine: la qualità del prodotto; non più grossi ordinativi, ma selezionati sulla qualità. Abbiamo incominciato a lavorare filati superfini, filo di scozia 100% doppio ritorto, puro cotone 100% egiziano, pura lana merino extra fine, misto lana vergine. Questo ci ha permesso di produrre intere linnee moda di calze di Giorgio Armani, entrando in concorrenza anche con firme importanti. Tuttora i nostri rimangono prodotti di nicchia e oggi i nostri diretti concorrenti si contano sulla punta delle dita.

Il terzo cardine è la vendita al dettaglio. Come ti è venuta l’idea, visto che finora fornivi solo grossisti? 

È stata un’idea di Anna, mia moglie. Entrata come dipendente nell’82, abbiamo poi messo su famiglia e tuttora è lei che tra le altre cose cura la vendita diretta. Fin da allora abbiamo voluto portare il nostro prodotto al cliente finale, evitando intermediari e ricarichi inutili. Oggi contiamo 150 negozi che in tutta Italia lavorano con noi.

Questo rinnovamento ha pagato in tempi brevi o ha faticato ad affermarsi? 

Vedi l‘azienda ha seguito anche la storia della società italiana: nell’82 l’Italia era in sviluppo e il consumismo aumentava vertiginosamente grazie al lavoro diffuso. Il lavoro anche per noi non mancava, anzi gli ordini, come ti ho detto, erano grossi. Poi c’è stato l’arrivo della concorrenza straniera che invadeva i mercati rionali delle città con prodotti esteri con qualità scadente e con prezzi inferiori ai nostri; abbiamo dovuto adeguarci: o produrre anche noi a prezzi bassi abbassando il livello della qualità, o cambiare strategia, come abbiamo fatto, lavorando cioè su prodotti di nicchia.

Come siete passati dalla produzione esclusiva di calze alla vendita di altri prodotti? 

Una spinta ce l’ha data negli anni ‘80 un nostro amico fornitore, Franzoni di Mantova, che, specializzato nella produzione di collant femminili ci ha concesso l’esclusiva della vendita delle sue calze in Piemonte e Liguria. Nei primi anni ’80 i collant colorati furoreggiavano ed averli in campionario è stata una grande boccata di ossigeno. Ricordo un momento curioso di quel periodo. Era l’antivigilia di Natale ‘84. Non si trovavano pezze per produrre calze di pizzo in voga in quel momento. Col Franzoni avevamo individuato e recuperato delle pezze di tende di pizzo per finestre; ne abbiamo fatto dei collant e abbiamo caricato un camion, il giorno dopo l’abbiamo diffusi nei negozi di Genova. Non puoi immaginare la soddisfazione nel vedere nei giorni tra Natale e Capodanno tante ragazze e giovani donne indossare per Genova le nostre calze di pizzo frutto di un’inventiva del momento e dell’occasione.

Come è stato il rapporto col personale e come siete passati da 12 dipendenti ad una sola attuale? 

Il rapporto col personale è sempre andato oltre il ruolo di dipendente; in pratica eravamo una grande famiglia e tuttora incontrando le “nostre” donne ci salutiamo con vero affetto. Non abbiamo mai lasciato a casa nessuno, anzi le strategie di rinnovamento sono spesso avvenute a seguito di dimissioni per andare in pensione o per cambiamento di lavoro; cioè ci si organizzava in modo diverso. Ad esempio quando ha deciso di smettere di lavorare Tino Fossati, il nostro storico meccanico e responsabile delle macchine, siamo passati alla produzione esterna: un meccanico del bresciano, che lavorava stagionalmente anche con noi in momenti di maggiore produzione, è stato contattato e ci siamo accordati; invece di assumerlo e costringerlo a trasferirsi con la famiglia a Gavi, abbiamo trasferito le macchine da lui allestendo un laboratorio nel bresciano che lavorava e tuttora lavora per noi con la stessa qualità di sempre. Da lì la calza arriva a noi semilavorata, ma nel nostro laboratorio di Gavi avviene la valorizzazione della calze con la preparazione alla vendita.

Negli ultimi anni la vendita ha aperto con internet un canale nuovo; come vi siete inseriti? 

Era il novembre 1999, gli albori di internet. Con mio cugino Alessandro Mattiuzzo e l’amico Andrea Viterbori abbiamo creato un primordiale sito in html in cui erano in mostra pochi articoli di calze provando un primo sistema di vendita online, pensa, prima della stessa eBay che, fondata nel ’95, in Italia è arrivata nel 2001. Il dominio istituzionale era www.arba.it e le operazioni risultavano rigide e obsolete, ma constatare quante persone cliccavano, visitavano ed acquistavano le nostre calze dal nostro sito mi è sembrato di toccare il cielo con un dito; la mia piccola azienda di paese era riuscita a vendere a persone che davanti ad un monitor ed una tastiera apprezzavano i nostri prodotti. Perseverando in questa scelta, oggi siamo recensiti in Google ed in tutti i maggiori motori di ricerca mondiali con un advisor perennemente nel nostro negozio virtuale a controllare i nostri cambiamenti che avvengono quasi a scadenza oraria. Nel nostro nuovo negozio on-line www.semplicementeintimo.it inaugurato nel 2009, ad oggi annoveriamo oltre 3000 articoli sempre assortiti in taglia e colore ed abbiamo raggiunto il traguardo di quasi 14.000 clienti che da tutto il mondo si sono “fidati” del nostro prodotto. Attualmente il fatturato prodotto dalla vendita su internet supera il 30% del totale. Questa attività nata come una sfida, un gioco, è divenuta una passione che mi ha preso al punto da divenirne quasi geloso perché voluta, creata e fatta crescere come si fa con un figlio.

Grazie per questa chiacchierata, Giacomo. Un’ultima cosa però: come guardi al futuro? 

Con grande serenità! Se nostro figlio Marco al termine dei suoi studi vorrà lavorare in azienda, spero e conto di lasciargli non tanto le macchine di produzione quanto un “portafoglio” di clienti che con fatica, onestà e umiltà abbiamo servito io e la mia famiglia in 50 anni di lavoro, prima sulla “terra ferma” e poi nella rete. Questo ci ha permesso, in questo periodo di crisi, di consolidare il nostro fatturato e di cavalcare la crisi pareggiando il calo della vendita tradizionale.

Però, caro Gigi devo farti un appunto: anche tu dovresti diventare un tantino più tecnologico e dotarti di uno smartphone che non solo registra, ma anche trasforma in scrittura la conversazione; basta scrivere, ci sono le tecnologie perché non usarle?.

Esco nel vicolo col mio vecchio taccuino scarabocchiato a mano e mi viene da pensare di chiedere al mio direttore di 4Pagine un iphone anche di vecchia generazione. Conoscendo le risorse del nostro modesto ma prezioso mensile, mi stringo addosso i miei scarabocchi e corro a casa a buttare giù il pezzo per non dimenticare nulla.

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